giovedì 7 febbraio 2013

Piacere, Tintin! ovvero Presentiamoci (parte prima)

 
 
 
Sono nato a mezzanotte come Cenerentola in una notte di passaggio tra le ultime calde giornate estive e le prime fredde avvisaglie dell'autunno. Una via di mezzo, insomma. In equilibrio, come la bilancia, simbolo del mio segno zodiacale.
 
E' stato un passaggio difficile per me, il nascere. Doloroso. Avrei voluto conservare, come la Bilancia, un perfetto equilibrio tra il dentro e il fuori. Ma questo non è possibile, pena la morte. E' stata la mia mamma a richiamarmi alla vita e ora le sono grato. Ma per tanto tempo sono stato sull'orlo di un precipizio, attratto vorticosamente dalla vertigine dell'oblio.
 
Avevo un amico con me, nella pancia della mamma. Un fratello o una sorella. Un gemello. Sono stato l'unico a saperlo, a conoscerlo. Eravamo legati, ne sono certo. Abbiamo condiviso quei primissimi istanti in cui qualcosa si forma, in cui sboccia la vita nuova. Ma lui o lei non ce l'ha fatta: ha smesso di lottare, si è arreso. Dolcemente. Mi ha detto: Addio, devi farcela tu anche per me. Non dimenticarmi troppo presto, addio, addio!
 
Ho continuato a crescere, sapendo che lì, al calduccio, ben vicino alla mamma, avrei conservato la compagnia e il ricordo del mio fratello gemello. Per sempre, noi due uniti al corpo della mamma. L'incanto si è rotto, però, e qualcuno da fuori, ostile, nemico, mi ha strappato a mio fratello, decretando la mia nascita. Anche la mamma forse non avrebbe voluto, ma è stata obbligata con la forza a farmi nascere. Questo è quello che gli adulti, se ho ben capito, chiamano parto indotto. So che la mamma era a pezzi e mi dispiace sempre vederla triste in certi momenti: ormai ho capito che quando si arrabbia molto, è perché le viene il nervoso per come è stata trattata.
 
Il mondo fuori, il vostro mondo, non mi è piaciuto: tutto freddo, tutto abbagliante, tutto duro, tutto rumoroso. Gesti bruschi, voci acute, strani riti, visi ignoti. Ma la cosa più triste è stato scoprire che qui nessuno sapeva del mio gemello, nessuno capiva il mio dolore per averlo dovuto abbandonare. Neanche la mamma capiva.
 
Perciò ho avuto un solo obiettivo: dirglielo! Ma come? Io non parlavo la vostra lingua, io straniero in terra straniera. Io non avevo il vostro denaro che tutto può. Non avevo modo di mandare una e-mail, un sms, anche solo una lettera. Perché avrei dovuto fare parte di un mondo in cui nessuno ti capisce?
 
Ma forse, un modo c'era. Una strada brutta che non avrei voluto scegliere. Ma forse... Potevo tornare da mio fratello! Come? La decisione è presa. Prendo coraggio e... FERMO TUTTO.
 
?
 
Sì, esatto. Comincio con il peso. Sono un bambinone, ma a cosa serve? Il mio fratellino era piccino picciò. Anch'io posso ben fermarmi, no?
Poi i denti si fermano, i capelli non si allungano.
Inibisco tutte le abilità motorie. A 8 mesi ancora non sto seduto. Non voglio.
No.
Non voglio parlare come voi, la vostra lingua che sa solo offendere o gridare. Voglio farmi sentire solo piangendo. Piango, piango, piango. Sono tristissimo. Il dolore mi strazia. Ma non voglio essere consolato. Respingo tutti, piango anche in braccio. Di giorno, di notte.
 
Il cibo? Bleah.
La nanna? Bleah.
Il bagnetto? Bleah.
Il seggiolone? Bleah.
Il passeggino? Bleah.
I vestitini? Bleah.
Le canzoncine? Bleah.
La musica? Bleah.
Le immagini? Bleah.
 
Mi piace il telefono, questo apparecchio che permette di sentire la voce di chi non c'è. Ne voglio uno, per parlare con il mio fratellino (o sorellina).
Ma non basta, perché nessuno capisce.
Non il pediatra, non gli esami del sangue. Nessuno.
 
Così ci provo. Provo a passare la soglia che divide i vivi dai morti. Ho una crisi di pianto, vado in apnea. Non riprendo fiato e svengo. Sono pallido, il cuore batte lentamente. Respiro a fatica, ho un tremito, la bava alla bocca, gli occhi rivoltati in su. Una corsa in un posto orribile chiamato pronto soccorso.
Peggio che andar di notte. Alla mamma dicono: sono capricci.
Ma io ho 13 mesi e non cammino. Peso 7 chili e mezzo. Non dico una parola. Ho solo gli incisivi inferiori.
 
Così vado avanti, una crisi dopo l'altra fino a 19 mesi. Per fortuna, nel mio grande dolore, brilla una luce. La mamma non è convinta. Non si fida. E' una ribelle, lo so. Se solo facesse un piccolo sforzo!! La supplico in tutti i modi piangendo e avendo crisi e lei per poco non cede all'impulso di farla finita anche con me e di dare fuori di matto.
Poi finalmente un giorno mi solleva, mi guarda fissa negli occhi e lì capisco che mi vuole bene davvero e farà di tutto per aiutarmi. Prende una decisione: non si farà più condizionare da nessuno.
 
Mi accompagna da un dottore molto bravo che non mi spoglia e non mi tocca con strumenti freddi e mani nervose. Mi fa gattonare sul suo tappeto e mi fa vedere tante piccole scatoline colorate. Poi, magia, mi fa tornare a casa con i nonni! E la mamma resta a parlare da sola con il medico per un'ora intera.
 
Con una medicina molto potente che si chiama Arnica e un'altra ancora più potente che si chiama Pulsatilla, il mio dolore si placa un po'. Forse il mondo non è poi così male, dopotutto. E io a 21 mesi cammino. I denti crescono, i capelli diventano folti. Mi butto perfino a fare un bel bagno in mare.
 
La mamma è più contenta e insieme ridiamo come due che si divertono molto. Che bello avere una mamma!! Le crisi vanno e vengono. La mamma capisce che ho bisogno di molta comprensione e va a visitare per me un bell'asilo che si chiama Casa dei Bambini Montessori. Vuole che io sia libero e in compagnia durante la scuola materna.
 
La direttrice è molto esperta e le consiglia di andare a parlare con una sua amica psicanalista. Questa signora, quando viene a conoscere la mia storia, chiede alla mamma:
 
Signora, lei quanti bambini aspettava?
 
E la mamma, senza pensarci su, esclama:
 
Due!
 
Alla sera la mamma mi prende nel lettone e mi racconta che l'ha sempre saputo. Che lei lo sapeva che eravamo due. Lei crede che fossimo un fratello, cioè io, e una sorella. E che, quando ha capito che aspettava un bambino, è andata in un negozio per comprare un paio di scarpine per festeggiare la bella notizia. Ma, quando arrivò davanti allo scaffale, non sapeva decidere se scegliere il paio rosa o il paio azzurro. Le avrebbe prese tutte e due. Voleva farlo. Poi ha avuto come l'idea di dare un taglio netto: ha scelto il paio bianco.
 
Allora io ho pensato che ne valeva la pena e che adesso potevo nascere di nuovo e vivere questa volta, ma da bambino felice. E finalmente posso dire la parola più bella: Mamma!
 
 
 
 

mercoledì 6 febbraio 2013

Fare spazio

 
 
 
A fare spazio si comincia sempre partendo da un'esigenza pratica, per poi apprezzare il fatto che quei metri quadrati (o centimetri quadrati) liberi sono molto affascinanti così. Vuoti, (quasi) puliti, geometrici.
 
Sono riuscita finalmente a convincere mio marito a darmi una mano nel cominciare a liberare il nostro attuale studio-magazzino che diventerà la stanza di nostro figlio. In un paio d'ore abbiamo fatto spazio in un angolo tra finestra e computer: non è molto, ma è già qualcosa.
 
La fatica di sgomberare è presto ripagata dal miglioramento qualitativo dell'ambiente, dal riposo degli occhi, dalla bellezza dell'ordine. Mi piace idealmente che ogni cosa abbia un posto e che i pavimenti siano il più possibile liberi, anche se poi raramente l'ordine si mantiene a lungo: tra libri e carte che possediamo in quantità, la nostra casa è un'allegra officina; per non parlare della cucina, una specie di campo di battaglia dopo la battaglia.
 
Se il nostro bimbo ci vede riordinare, si unisce sempre a noi con entusiasmo! Fare ordine è una specie di meditazione. Spero di aver occasione di parlare ancora di questo rito della meditazione con i bambini, un argomento che offre moltissimi spunti per vivere le (interminabili) giornate con i più piccoli. Ne ha parlato molto bene in questo post che vi invito a leggere la collega blogger di A casa con la mamma.
 
Buonanotte!
 
 

venerdì 25 gennaio 2013

Tranquilli, ho un piano!


 
 
La principale obiezione che viene rivolta ai genitori che scelgono un percorso fuori dal tracciato condiviso e scolarizzante e che anch'io mi sono sentita rivolgere quando non ho iscritto il mio bambino all'asilo nido, suona più o meno così:
 
Perché non lo mandi? Almeno impara a socializzare!
 
Figuriamoci quando dovrò dire che ritardo perfino l'ingresso alla materna:
 
Perché non lo mandi? Non imparerà mai a socializzare!
 
L'associazione di idee più comune è che i bambini che stanno a casa, e per di più a casa con la mamma, sono degli orsi introversi, anzi lo diventano per colpa dell'ambiente soffocante e adultizzato in cui vivono tutti i giorni tutto il giorno; coloro che invece frequentano presto una comunità di coetanei sono spigliati ed estroversi, anzi lo diventano per merito di un ambiente fresco e vitale, dove i bambini svolgono migliaia di attività che li stimolano in modo giusto e pedagogicamente corretto.
 
Sto alle parole vere che ho sentito. Di più non voglio commentare qui.
 
Invocando però il diritto alla libera scelta, come farò a vivere per altri 19 mesi (quelli che ci separano a settembre 2014) con il mio bambino, favorendo in tutti i modi la sua felice e prorompente crescita, cercando altresì di tenermi attaccata a quel poco di lavoro che ho, come sto facendo adesso con le unghie e con i denti?
 
Abbozzo di piano:
- realizzerò finalmente una cameretta degna di questo nome, sognante e anche un po' magica, che cercheremo insieme di tenere in ordine.
- nei mesi primaverili di quest'anno, il mio bambino potrebbe unirsi a un gruppetto di bambini che frequentano i giardinetti del quartiere, curati a turno dalle mamme disponibili (tempo in cui potrò forse lavorare).
- faremo molte passeggiate, commissioni e visite agli amici e parenti.
- mi preparerò per dargli qualche spunto creativo, se lo vorrà cogliere.
- non ci faremo travolgere dall'ansia per gli orari e per il rispetto di tabelle di apprendimento.
 
Obiettivo:
- a 3 anni e 10 mesi (= settembre 2014), mio figlio, disinvolto e simpatico come la maggior parte dei bambini (che abbiano o non abbiano frequentato il nido), completato lo sviluppo del sistema nervoso centrale, andrà alla scuola materna sereno, senza ansia da separazione da parte mia o sua.
 
 
 

mercoledì 23 gennaio 2013

Occupiamo l'ultimo post(o)


 
 
Nella logica di vivere senza assillo, ho preso la più grande decisione della mia vita. Mi costerà dileggi e sberleffi. Susciterà incredulità, derisione oppure compassione. Non so se sono pronta ad affrontare tutto questo, ma spero tanto di riuscirci.
 
Mi trasferisco alle Hawaii? Sbagliato!
Divento estetista? Sarebbe bello, ma no!
Finalmente mi sposo? Vi piacerebbe, eh?!? No, siamo ancora lontani!
 
Dato che occupo l'ultimo posto nella graduatoria comunale, ho scelto di...
...
...
... posticipare l'ingresso di mio figlio alla scuola materna e vivere così un anno intero senza a(s)sil(l)o.
 
Il blog sarà lo spazio dove essere quel qualcosa di più della mamma tout-court: giornalista, critico (letterario e cinematografico) e scrittrice.
 
Tranquilli, non sono piena di soldi e ho un piano!

 
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